La Belle Dame de Saint-Merci

Indice

 

La Belle Dame de Saint-Merci è il solo titolo che abbiamo scelto tra le opere di Frank Dicksee.

 

Il pittore

Sir Frank Bernard Dicksee fu un pittore e illustratore britannico, che divenne anche Presidente della Royal Academy. Nacque da una famiglia di artisti: il padre e il fratello erano entrambi pittori. Dicksee è principalmente noto per i suoi soggetti a carattere storico e mitologico. Sebbene non facesse parte della Confraternita dei Preraffaelliti, molti suoi lavori possono essere considerati come opere preraffaellite. Nel 1870 entrò alla Royal Academy ed ottenne i primi successi nazionali; nel 1891 entrò come membro della Royal Academy e nel 1924 ne divenne Presidente. Nel 1925 fu fatto baronetto e re Giorgio V lo ammise nell’Ordine Reale Vittoriano.

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L’opera che ispirò l’opera

Il dipinto si ispira ad una ballata tardo medievale del XV secolo, scritta da Alain Chartier [1], un poeta francese e ripresa nel XIX secolo da John Keats in due versioni tra loro simili. Il poema di Chartier racconta di un cavaliere che durante una cavalcata si ritrova in una terra desolata e incontra una donna bellissima che gli si avvicina e se innamora all’istante dopo averla guardata: essa era bella come una fata ma aveva occhi selvaggi. La fa salire sul cavallo e la conduce e nel mentre lei canta, camminano ancora, senza meta e lui crea per lei corone e bracciali di fiori profumati e poi giungono davanti ad una grotta, forse dice il cavaliere nell’opera di Keats nella grotta degli elfi e li la donna piange e lo culla, dispera e dice in lingua straniera che lo ama. Il cavaliere cede alle carezze e si addormenta per poi svegliarsi tutto solo, infreddolito e con pallore di morte nella stessa landa dove l’aveva incontrata. Dice il cavaliere che vedeva come fantasmi, re e principi pallidi dirgli “La bella dama senza pietà ti ha reso schiavo”. Chartier sicuramente si rifece alla tradizione popolare ed orale per creare il suo poema, se non addirittura la mise direttamente in forma scritta; o forse voleva essere al suo tempo una sorta di “frecciata politica” rivolta verso gli uomini nobili e i principi che si facevano subdolamente sedurre da donne senza nome e senza terra, straniere che erano capaci per un capriccio di far fare agli uomini qualsiasi cosa. La mitologia celtica e non solo è ricca di queste creature e anche la cronaca storica, a dire il vero, perché è il periodo di Chartier è forse quello più delicato per la Francia afflitta della Guerra dei Cento Anni, una Francia venduta al nemico da una regina traditrice, secondo la profezia di una sibilla, Isabella di Baviera [2]: una donna distruggerà la Francia ed una vergine la salverà. In vero ancora una volta, la verità è importante, di donne che tentarono di distruggere la Francia ce ne furono tantissime e anche dopo che venne la vergine a salvare la madre patria che per tutto ringraziamento l’arse al rogo per farla santa quasi cinquecento anni dopo. La figura della fata o creatura del popolo fatato è parte integrante della mitologia celtica, più delle Isole Britanniche che delle regioni della Gallia. Più si va indietro nel tempo, anche con la mitologia e più salterebbero fuori cose strampalate che ci porterebbero anche fuori tema, dunque meglio fermarsi e rimanere nel nostro contesto.

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Il dipinto e i costumi

 

Come Leighton e a differenza di Waterhouse anche Dicksee ci teneva molto al dettaglio nei suoi dipinti e nel ritrarre i personaggi, tanto che pare di vedere delle fotografie, anche se bisogna dire che l’abito della donna non è ricchissimo in dettagli, al contrario dell’armatura del cavaliere. Lo sfondo raffigurato è quello delle campagne inglesi descritte anche nelle poesie romantiche, in primo piano risaltano i cespugli di rose, fiore presente in tutte le specie e varietà nei giardini inglesi del XIX secolo, forse una nota romantica del pittore. L’abito della donna è una variante del bliaud del XII secolo, con maniche svasate e non a buffo; la scollatura dell’abito è caratterizzata da orlature dorate che scendono tra i seni e girano per ogni lato intorno alla vita alta fin sulla schiena. La gonna è ampia e svasata, con un poco di strascico; il colore del tessuto un inteso rosso carminio. In vita la fanciulla porta una sorta di ghirlanda di fiori, rose probabilmente, molto simile a quella che le cinge il capo come una corona e i capelli sono liberi, sciolti, colore del fuoco.

 

 

Il cavaliere invece ha un’armatura tipica della fine del Medioevo e inizi del Rinascimento (non c’è alcuna sincronia tra i due costumi: cavaliere e donna). Se ne vedono i primi esempi alla fine del Trecento ma non tutti si potevano permettere armature del genere. Se ne videro più esempi nei tornei che nemmeno sui campi di battaglia e il discorso di base, cioè quello delle capacità economiche, rimaneva sostanzialmente lo stesso. Si trattava di armature costose, in quanto spesso e volentieri erano arricchite da elaborazioni, spesso a tema (motivo delle squame o delle onde). Gli esempi più belli sono certamente quelli di fine XV secolo. Sopra all’indumento intimo il cavaliere indossava una specie di tunica imbottita di protezione sopra la quale veniva indossata la cotta di maglia con camaglio e sopra ancora la vera e propria armatura [3]. Il capo era protetto dal bacinetto che proteggeva la calotta cranica e poteva essere decorata come possiamo vedere nella prima immagine qui sotto. L’elmo non sempre era munito di visiera e nel dipinto è decorato da un drappo annodato. La parte alta del torace era protetta da diversi pezzi che venivano montati in un ordine preciso, andando tra loro come incastrati tramite perni. Nelle armature più semplici i pezzi erano da tre a più di tre: nelle versioni più semplici il braccio era protetto fino alle spalle tramite lo spallaccio ed il petto dalla corazza fatta in un pezzo unico; in versioni più complesse erano comprese anche le manopole e la cubitiera [4] (gomito); alla corazza era attaccata la scarsella, una sorta di gonnellino metallico molto rigido in alcuni esemplari. Lo spallaccio si spingeva un poco in avanti sulla sinistra e verso il centro a proteggere anche il cuore ed era solo a sinistra. In alcuni casi gli spallacci erano grandissimi e simmetrici, identici e in altri casi riprendevano la forma del corpo, e davanti avevano come delle piastre, di forma spesso elaborata che dovevano avere una funzione difensiva, specie nei tornei, a deviare il colpo di punta della lancia che poteva arrivare a colpire il petto e uccidere l’avversario. Nel dipinto il cavaliere ha due specie di spirali, due piastre stellate. Anche le gambe erano protette da vari pezzi e alle scarpe d’arme (soleret) spesso potevano essere attaccati degli speroni (dietro) mentre la punta davanti spesso era molto lunga e appuntita. Il tutto non rendeva certo facile il movimento e non ci dobbiamo lasciar ingannare dai film in cui vediamo questi uomini interamente vestiti d’acciaio correre e saltare i fossi alla lunga. La maggior parte dei combattimenti, ancora nel XV secolo venivano fatti con soldati armati certamente più di prima, ma non a questi livelli. L’armatura al completo veniva utilizzata soprattutto nei tornei e le più elaborate sono rarissime e fatte costruire da personaggi che disponevano di un certo reddito.

 

Figura 1 – Cavaliere inglese del 1425. Della vera composizione di queste armature rimangono solo descrizioni di manoscritti ritrovati e risalenti all’epoca. Immagine tratta da English Medieval Knight 1400-1500 di Christopher Gravett. Osprey ed., 2001 (Warrior 35) – p. 49. Ill. di Graham Turner. A destra invece l’armatura del 1450.

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Fonti bibliografiche

Libri

  • Byzantine Armies AD 1118–1461 di Ian Heath. Ill. di Angus McBride. Osprey ed. 1995 (Man-at-arms 287) – 48 pp.
  • Condottiere 1300–1500. Infamous medieval mercenaries di David Murphy. Ill. di Graham Turner. Osprey ed. 2007 (Warrior 115) – 64 pp.
  • English Medieval Knight 1400-1500 di Christopher Gravett. Ill. di Graham Turner. Osprey ed., 2001 (Warrior 35) – 63 pp.
  • French Armies of the Hundred Years War di David Nicolle. Ill. di Angus McBride. Osprey ed. 2000 (Man-at-arms 337) – 48 pp.
  • Henry V and the Conquest of France 1416–53 di Paul Knight. Ill. di Graham Turner. Osprey ed. 1998 (Man-at-arms 317) – 48 pp.
  • Orléans 1429. France turns the tide di David Nicolle. Ill. di Graham Turner. Osprey ed. 2001 (Campaign 94) – 96 pp.

 

Note

[1] Nacque a Bayeux nel 1385, in una famiglia ricca e numerosa. Come uno dei suoi fratelli anche Alain studiò presso l'Università di Parigi. Iniziò a comporre poesie solo agli inizi del XV secolo, nel 1416 dopo la battaglia di Agincourt (durante la Guerra dei Cent’anni e fu uno dei momenti più cupi della storia della Francia e al contrario uno dei più fulgidi della storia dell'Inghilterra e del suo re Enrico V). La Belle Dame de Saint-Merci fu scritta sul finire della Guerra dei Cento Anni, nel 1424 e purtroppo, come le opere precedenti non riscosse un grande successo né nel suo ambiente né a corte, anche perché ormai il tempo della poesia del fin amour era finita ed erano in voga poesie di natura patriottica. L’opera di Chartier non mostrava sentimenti di patriottismo anche se egli certo non era indifferente alle disgrazie che andavano capitando al suo regno. Seguì il Re di Francia Carlo VII facendogli da cancelliere, notaio e segretario finanziario. Nel 1422 scrisse un’opera nota come Quadrilogue invectif di stampo decisamente rivoluzionario per i suoi tempi, in cui rivelava tutti gli abusi dell’esercizio feudale e la sofferenza del popolo, era un’opera certamente rivolta contro gli inglesi più che ai propri signori. Nel 1424 andò ambasciatore in Germania e dopo tre anni andò in Scozia per negoziare le nozze dei due eredi al trono di Francia e Scozia – dispetto al nemico comune. Nel 1429, anno in cui la Francia, grazie a Giovanna d’Arco, iniziava a segnare a danno degli inglesi numerose vittorie respingendo il nemico, Chartier scrisse Livre Esperance, un testo che rappresentava un feroce attacco contro la nobiltà ed il clero. Fu autore di una diatriba sui cortigiani di Charles VII, intitolata Le Curial, tradotto in inglese da William Caxton circa nel 1484. Chartier morì nel 1430 anche se tale data non è certa essendo stato scoperto nel XVIII secolo un epitaffio con su scritto che era arcidiacono a Parigi ed era morto ad Avignone nel 1449. La sua opera La Belle Dame de Saint-Merci fu “riscoperta” solo dopo che Keats ne rielaborò una ballata per il suo pubblico di inguaribili romantici e nostalgici; a tale ballata o forse alla leggenda stessa scritta da Chartier, che sicuramente si servì dei racconti della tradizione popolare ed orale si ispirò Dicksee per il suo dipinto.

[2] Isabella avrebbe infatti firmato il trattato di Troyes con gli inglesi, riconoscendo re Enrico V d'Inghilterra come erede alla corona di Francia. Nella storiografia e nella narrativa francese, Isabella ha la reputazione di donna lussuriosa, anche se gli studiosi moderni ritengono che gran parte di questa reputazione potrebbe essere il risultato della propaganda avversaria. L'odio contro Isabella, perpetrato attraverso i secoli, fu tale che, durante la Rivoluzione francese, la celebre regina Maria Antonietta (1755-1793) fu paragonata a lei e a Fredegonda, una regina germanica.

[3] Il discorso che faremo qui è semplificativo, essendo rivolto soprattutto alle famiglie ed al pubblico genere.

[4] A sinistra vi era la gran cubitiera mentre a destra solo la cubitiera semplice.

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